Si sta ridisegnando l’ordine mondiale. Non è successo dalla sera alla mattina: è un processo in corso da anni. Molti preferiscono far finta di niente, ma non si può più ignorare il cambiamento in atto. Secondo Samy Chaar, Chief Economist e CIO Svizzera di Lombard Odier: “La mappa era globale, ma oggi inizia a mostrare una certa frammentazione. I blocchi si stanno disgregando. La mappa sta cambiando”. Gli investitori non devono più chiedersi se questa trasformazione stia avvenendo davvero, perché ormai c’è ampio consenso a questo riguardo. Il nodo oggi riguarda le implicazioni del cambiamento per i mercati, i portafogli e il ciclo economico globale.
Mappare il nuovo ordine mondiale
Per trent’anni il mondo si è basato sull’interdipendenza. La Cina forniva beni a buon mercato. Russia e Medio Oriente fornivano energia a basso costo. L’America forniva sicurezza. Le economie si specializzavano, i flussi commerciali aumentavano di circa il 6% l’anno1 e il sistema funzionava... Finché non è più stato così.
La mappa era globale, ma oggi inizia a mostrare una certa frammentazione. I blocchi si stanno disgregando. La mappa sta cambiando
“Siamo passati da un mondo globale a un mondo in frammentazione”, spiega Samy Chaar. E aggiunge: “Per alcuni è stato difficile ammetterlo. Per gli europei è stato difficile riconoscere che il mondo globale di cui hanno beneficiato così tanto non c’è più”.
La nuova mappa, secondo Samy Chaar, è divisa in tre zone distinte. Ci sono i due blocchi contrapposti: gli Stati Uniti e i loro partner commerciali (tra cui Europa, Canada, Australia e Regno Unito) da un lato, la Cina e i suoi alleati strategici (tra cui Russia, Iran, Corea del Nord, alcune regioni africane, Sud-est asiatico e America Latina) dall’altro. E poi c’è un terzo gruppo di paesi, come India, Indonesia e Brasile, che conservano la flessibilità necessaria per interagire con entrambi i blocchi. “Possiamo dire che ci sono tre blocchi”, sostiene, “i due che si sfidano a vicenda e il terzo un po’ più opportunistico”.
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Soprattutto, secondo Samy Chaar è chiaro che non si tratta di turbolenze temporanee. Guardando ai cicli delle varie epoche storiche, ritiene che la frammentazione in atto sia un processo pluridecennale, simile per durata alla stessa guerra fredda. “Probabilmente è in corso già da una decina d’anni”, argomenta, “pertanto, ne durerà senz’altro all’incirca altri venti”.
Un incontro di pugilato senza regole
Se c’è un’analogia che riflette appieno la natura dello scontro tra Stati Uniti e Cina è quella di un incontro di pugilato. “Si disputa in dodici riprese”, illustra Samy Chaar. E dichiara: “Non so se sia in corso la prima, la seconda o la terza, ma di certo non siamo vicini alla fine dell’incontro. Sul ring si stanno sfidando due pesi massimi”. Entrambi sono forti, entrambi hanno punti deboli. E, soprattutto, nessuno dei due ha intenzione di gettare la spugna. C’è però un motivo per cui gli USA sono sempre sul ring: come spiega Samy Chaar, gli Stati Uniti sono la “potenza dominante” (nell’ambito dell’energia, della tecnologia, militare) e “la potenza dominante vuole conservare il primo posto” contro qualsiasi sfidante.
Si disputa in dodici riprese. Non so se sia in corso la prima, la seconda o la terza, ma di certo non siamo vicini alla fine dell’incontro
Ciò che distingue questa sfida dall’era della globalizzazione è l’assenza di regole. Nel periodo precedente le economie erano soggette a varie restrizioni: la politica industriale era piuttosto limitata, vigevano regole commerciali vincolanti e quelli che Samy Chaar chiama “steroidi economici” erano vietati. Ma oggi non è più così. “Sono ammessi gli steroidi”, afferma. E spiega: “Si possono implementare politiche industriali, erogare finanziamenti pubblici, imporre dazi doganali. Vale tutto”. La morale: qualsiasi cosa faccia un contendente, l’altro non sarà da meno. In questo contesto, la moderazione è uno svantaggio competitivo. “Chi crede nello sport pulito non può vincere questa sfida.”
Una convinzione che non sembra cambiare a seconda del governo, perché attira ampio consenso politico negli Stati Uniti, indipendentemente dal partito. Trump ha formalizzato lo scontro con la Cina con il varo dei primi dazi nel 2018. Biden li ha mantenuti e non ha abbassato i toni della contesa. Al suo ritorno, Trump ha assunto una posizione ancora più netta. “La Cina è forse l’unico aspetto bipartisan che unisce democratici e repubblicani”, osserva Samy Chaar. Lo scontro non è destinato a venire meno, indipendentemente da chi sia l’inquilino alla Casa Bianca.
Gli shock sono la nuova normalità e fanno bene all’economia
Questa nuova epoca è segnata da un paradosso che suscita perplessità da più parti: in un mondo che appare sempre più instabile, perché alcuni mercati hanno segnato o sfiorano nuovi massimi? Secondo Samy Chaar, la risposta risiede in quello che definisce il “ciclo della sicurezza economica”.
Passare dall’interdipendenza alla sicurezza economica richiede ingenti investimenti. Rendere sicure le aree strategiche non è gratis. Bisogna pagarne il prezzo
Quando l’interdipendenza viene meno, le nazioni devono assicurare ciò che prima veniva fornito esternamente: energia, difesa, tecnologia, infrastrutture. “Passare dall’interdipendenza alla sicurezza economica richiede ingenti investimenti”, spiega. E aggiunge: “Rendere sicure le aree strategiche non è gratis. Bisogna pagarne il prezzo”. Questi investimenti, sotto forma di spese in conto capitale (capex), generano domanda, riempiono i libri ordini delle imprese e, in ultima analisi, sostengono gli utili. “Per i cittadini, questa non è l’epoca migliore”, ammette Samy Chaar, “ma non è poi così negativa per le imprese, date le elevate spese in conto capitale”.
Il ciclo in corso ha già superato diversi shock importanti (dal Covid allo shock petrolifero causato dalla guerra tra Russia e Ucraina, dallo shock dei dazi al secondo shock petrolifero legato alla situazione in Medio Oriente) e ha sempre mostrato grande resilienza. “Il ciclo del capex è ancora abbastanza potente da avere la meglio su tutti questi ostacoli”, afferma.
Ci si chiede dunque quanto durerà questa resilienza. Per rispondere a questa domanda occorre monitorare tre fattori: il ritmo dei nuovi investimenti produttivi, il rendimento del capitale investito e le tendenze dell’occupazione e dei consumi, e tutti e tre rimangono solidi. “Per ora, tutto procede bene. Non ci sono campanelli d’allarme.”
I campi di battaglia strategici: commercio, tecnologia ed energia
Al di là del quadro macroeconomico, sembra che lo scontro abbia luogo in tre ambiti concreti.
Il commercio non sta sparendo, ma si sta ridisegnando. Diminuisce il commercio tra blocchi, ma quello all’interno dei blocchi rimane robusto. Samy Chaar precisa che un certo livello di scambi è probabile anche tra Stati Uniti e Cina: le terre rare in una direzione, i semiconduttori avanzati potenzialmente nella direzione opposta. Ma è finita l’era della forte espansione del commercio globale senza frontiere. “Probabilmente si ridurrà alla metà o a un terzo dei livelli passati”, sostiene.
La tecnologia è il vero punto focale dello scontro tra Cina e Stati Uniti
La tecnologia è l’ambito in cui lo scontro si fa più intenso. “La tecnologia è il vero punto focale dello scontro tra Cina e Stati Uniti”, spiega Samy Chaar, paragonandolo direttamente alla corsa allo spazio tra Stati Uniti e Unione Sovietica. La Cina è leader nell’adozione, ovvero la capacità di dispiegare e scalare la tecnologia sulla sua base industriale. Gli Stati Uniti sono leader nella potenza di calcolo, producendo chip notevolmente più avanzati di quelli cinesi. “Robotica e intelligenza artificiale saranno al centro dello sviluppo futuro”, sottolinea. Per gli investitori, il capex riversato da entrambe le parti nella corsa alla tecnologia è uno dei motori più duraturi del ciclo in corso.
A sua volta, l’energia si trova al crocevia tra economia e strategia. Il petrolio rimane cruciale, anche se la sua importanza relativa è in calo. Lo Stretto di Hormuz è stato un importante punto di scontro. Ma il cambiamento più profondo riguarda l’accelerazione degli investimenti nelle fonti alternative di energia (nucleare, solare, rinnovabili) perché le economie cercano di evitare l’esposizione geopolitica associata alla dipendenza dai combustibili fossili. Il Giappone sta costruendo sei nuove centrali nucleari. La Cina sta effettuando ingenti investimenti nel fotovoltaico e nel nucleare. L’Europa, invece, non ha ancora predisposto iniziative coordinate, anche se Samy Chaar spera che questa situazione cambi. “L’energia riguarda il petrolio, ma non solo, è chiaro”, conclude Samy Chaar.
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Le indicazioni sono ancora positive
In un mondo frammentato, la logica degli investimenti segue la logica della sicurezza. I capitali vengono convogliati dove la trasformazione economica è più avanzata e gli investitori dovrebbero seguirli.
Gli Stati Uniti hanno trainato questo ciclo, con ingenti livelli di capex nell’energia (il boom dello shale) e nella tecnologia (CHIPS Act, Inflation Reduction Act). I paesi asiatici, in particolare Taiwan, Corea, Giappone e Cina, svolgono un ruolo di primo piano, soprattutto nella tecnologia. L’Europa è indietro, ma Samy Chaar consiglia di non darla per persa. La Germania si è già attivata per modificare la costituzione in modo da poter aumentare la spesa per la difesa e l’energia. “Evitare del tutto un’esposizione all’Europa corrisponderebbe a un giudizio troppo duro”, afferma, “l’Europa è in ritardo, ma non è fuori dai giochi”.
La conclusione è un messaggio di cauto ottimismo. Nonostante il rumore, il ciclo economico rimane in buona salute. Il capex continua a crescere a un ritmo superiore alla media storica. I livelli di finanziamento appaiono ragionevoli. Gli utili si mantengono robusti. Il consiglio per gli investitori è di seguire i flussi di capex e non scambiare il rumore a breve termine per un cambio di rotta del ciclo sottostante. “Le indicazioni sono ancora positive, benché moderatamente, per rimanere pienamente investiti”, argomenta Samy Chaar.
Le mappe vengono ridisegnate. Per gli investitori posizionati correttamente, questo contesto non rappresenta solo una sfida, ma anche un’opportunità. Come dice Samy Chaar: “Non si torna indietro”.
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