Le previsioni sulla fine della globalizzazione si sono rivelate premature. Il commercio si sta adeguando a un mondo in cui resilienza e sicurezza economica contano quanto l’efficienza.
Per gran parte degli ultimi trent’anni le aziende hanno costruito catene di fornitura con il solo obiettivo di minimizzare i costi. La caduta delle barriere commerciali e la crescente integrazione dei mercati mondiali hanno consentito alla produzione di spostarsi con efficienza oltre i confini. Ne sono risultate una forte espansione del commercio globale ed economie sempre più interconnesse, che traggono vantaggio da una fitta rete di “libero scambio”.
Quel modello è stato messo in discussione. I dazi imposti dalla prima amministrazione Trump alla Cina, le interruzioni delle forniture provocate dalla pandemia di Covid-19 e lo shock energetico che ha fatto seguito all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia hanno messo a nudo le vulnerabilità di queste catene di fornitura, ottimizzate a livello di costi, ma non di resilienza. Più di recente, le nuove misure tariffarie adottate dagli Stati Uniti e la crescente competizione strategica tra USA e Cina hanno riacceso i timori per la sicurezza economica.
Tali sviluppi hanno indotto molti osservatori a sostenere che il commercio stesse entrando in una fase di deglobalizzazione. Stando ai dati, tuttavia, gli scambi commerciali continuano a moltiplicarsi. Secondo l’Organizzazione mondiale del commercio (OMC), nel 2025 il commercio globale di beni e servizi ha raggiunto il valore record di USD 35’000 miliardi, con un aumento del 4% rispetto all’anno precedente. Per i beni l’incremento è stato del 6%, mentre i servizi sono cresciuti dell’8%. Anziché fare un passo indietro rispetto agli scambi internazionali, le aziende si sono adattate diversificando i fornitori, costituendo scorte più ampie e introducendo maggiore flessibilità nelle proprie attività. Inoltre, salvo poche eccezioni, le altre nazioni non hanno risposto con ritorsioni ai dazi statunitensi, spesso applicati a materie prime di cui le industrie manifatturiere americane hanno bisogno e, in larga misura, diventati una sorta di imposta per consumatori e imprese statunitensi.
Il risultato è una “sglobalizzazione”, con catene di fornitura sempre più concepite per resistere alle interruzioni. Le merci continuano ad attraversare i confini, anche se spesso seguono rotte più complesse e generano maggiori ridondanze rispetto al passato.
Il commercio si sta adeguando a un mondo in cui resilienza e sicurezza economica contano quanto l’efficienza
La sicurezza economica ha un prezzo
La conseguenza più palese di questo nuovo ordine è l’enfasi crescente posta sulla sicurezza economica. I paesi che una volta dipendevano in larga misura dai mercati globali per l’energia, la capacità industriale e le tecnologie cercano di avere un controllo maggiore sulle risorse e le capacità che hanno rilevanza strategica.
Questo ha modificato la geografia del commercio mondiale, in quanto le aziende stanno rimodulando le catene di fornitura, diversificando i siti manifatturieri e utilizzando i paesi di transito per gestire l’esposizione ai dazi e ai rischi geopolitici. Il commercio non segue più la strada più breve tra produttore e consumatore, ma in misura crescente quella più resiliente.

Tuttavia, la resilienza si paga. E questo perché la maggiore diversificazione delle catene di fornitura comporta duplicazioni, scorte aggiuntive e capacità produttive alternative. I governi stanno investendo in sicurezza energetica, infrastrutture strategiche e difesa nazionale, mentre le aziende rimodulano le proprie attività per tenere conto della ridondanza e della flessibilità operativa. L’efficienza continua a essere importante, ma non è più l’unico obiettivo.
Un nuovo ciclo di investimento
Questi adeguamenti fanno salire i costi, ma hanno anche implicazioni significative in termini economici e di investimento. I governi stanno destinando risorse alla politica industriale, alla sicurezza energetica e alla difesa per motivi strategici e non per obiettivi economici a breve termine. Le aziende procedono analogamente, mentre cercano di rafforzare le catene di fornitura e di raggiungere una maggiore flessibilità operativa. Assieme, queste scelte generano una fonte duratura di domanda di investimenti.
Anche gli sforzi per la sicurezza economica richiedono una spesa per investimenti sostenuta. Ad esempio, i nuovi impianti di produzione dei semiconduttori devono essere costruiti e richiedono apparecchiature specializzate e tecnologie avanzate. I sistemi energetici più diversificati comportano investimenti in impianti di generazione, trasmissione e stoccaggio. La maggiore spesa per la difesa sostiene i settori manifatturiero, ingegneristico e dell’innovazione. Ogni tentativo di migliorare la resilienza può quindi creare domanda in qualche segmento dell’economia.
Di conseguenza, la spesa associata alla sicurezza economica si sta rivelando strutturale, non ciclica. Questo spiega in parte perché, nonostante i dazi, le tensioni geopolitiche e le ripetute interruzioni delle catene di fornitura, gli utili societari e i mercati finanziari siano rimasti più resilienti di quanto molti si aspettassero.
Il commercio non segue più la strada più breve tra produttore e consumatore, ma in misura crescente quella più resiliente
Implicazioni per gli investimenti
Nell’era della globalizzazione le aziende vincenti erano spesso quelle che riducevano le scorte, concentravano la produzione e abbassavano i costi, migliorando sempre di più l’efficienza delle catene di fornitura internazionali. Il contesto attuale premia la resilienza delle filiere, l’accesso alle risorse critiche, la leadership tecnologica e l’esposizione a programmi di investimento a lungo termine. È probabile che a trarne vantaggio saranno le aziende che forniscono apparecchiature, materiali e le competenze necessarie per costruire un sistema economico più sicuro.
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È quindi probabile che la frammentazione del commercio e la sicurezza economica continueranno a essere una caratteristica essenziale dell’economia globale per molti anni. Il commercio mondiale può crescere più lentamente di quanto abbia fatto nei decenni della globalizzazione, quando la crescita economica era maggiore. I dazi e le rivalità geopolitiche continueranno invece a frenare la crescita e ad accentuare le pressioni inflazionistiche. In ogni caso, queste sfide sono accompagnate da un ciclo di investimenti di vasta portata. La competizione strategica, soprattutto tra Stati Uniti e Cina, sta rimodellando i flussi commerciali, le priorità di investimento e le politiche industriali. La globalizzazione, così come l’abbiamo conosciuta all’indomani della guerra fredda, potrebbe essere finita, ma il mondo non ha ridotto gli scambi commerciali, semplicemente li effettua con modalità diverse.
Via via che i governi e le aziende si adattano a quella realtà, la ricerca della resilienza genera nuove ondate di investimenti in tutta l’economia mondiale. Per gli investitori, la spesa in beni strumentali che finanzia tali tendenze può rivelarsi altrettanto significativa quanto quella che ha caratterizzato il boom della globalizzazione che l’ha preceduta.
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